Il Laboratorio di progettazione

Un bilancio positivo – Dal 12 al 16 giugno si è svolto nell’aula di informatica del Liceo Fermi il Laboratorio di progettazione sul tema “Aiutarli a restare. Aiutarli a ritornare. Migrazioni e diritti umani” grazie alla collaborazione di alcuni enti del terzo settore: Fondazione AVSI e AVSI Libano, CEFA Onlus, Cooperativa sociale Arca di Noè, Cooperativa sociale Open Group. Vi hanno partecipato 25 studenti, prevalentemente di terza liceo, per un totale di 30 ore (comprensive anche del viaggio a Genova al Museo del Mare), a cui sono da aggiungere due ore di due incontri di preparazione, che sono serviti anche per selezionare gli iscritti.

Chi sono questi studenti che hanno aderito a questo progetto di Asl? Con che motivazioni ed aspettative? Di questi, dieci avevano fatto esperienze nel settore (due avevano partecipato alla scuola di italiano per stranieri, uno ad un progetto SPRAR per minori non accompagnati, sette al progetto del sostegno a distanza).
Dalle risposte ad un semplice questionario distribuito all’inizio, ad eccezione di quattro che non hanno dichiarato di possedere in partenza un interesse particolare, emergono alcuni dati che è interessante evidenziare, per valutare gli esiti in termini didattici e formativi del laboratorio.
E’ manifestata l’esigenza di apprendere elementi utili per conoscere “una realtà ormai molto vicina a noi” (quella delle migrazioni), di “ascoltare nuove testimonianze, reali, ma non dal punto di vista televisivo”, “di capire meglio le proposte dei politici”. Si avverte il laboratorio come “un bel modo per conoscere il mondo che ci circonda”.  Ma non è presente solo il desiderio di acquisire una conoscenza su un problema di attualità. Si vorrebbe incontrare, ossia “conoscere la vita interna di queste persone, migranti e coloro che li aiutano”. E’ evidente anche l’urgenza di trovare il modo per confrontarsi con realtà totalmente diverse dalla propria, ascoltando  “storie di persone”.  Infine, il desiderio di capire come si può cambiare e come aiutare “persone in difficoltà”: “vedere con i miei occhi che in un mondo di menefreghisti e contrari al diverso ci siano uomini e donne decisi a migliorare la parte più disastrata del mondo”(Chiara Grazia).

Si potrebbero quindi così riassumere gli obiettivi di questa azione progettuale:

  1. Fare conoscere il metodo di intervento e gli obiettivi della cooperazione internazionale attraverso l’esame dei quattro progetti presentati dalla Fondazione AVSI e dal CEFA Onlus.
    1.1 Fare conoscere il metodo di accoglienza dei migranti che sbarcano sulle coste italiane, con esame delle problematiche e degli interventi effettuati.
    1.2 Acquisire consapevolezza del passato migratorio della popolazione italiana.
  1. Realizzare un blog con lo scopo di diffondere i contenuti e la consapevolezza acquisiti e di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso la diffusione dei risultati del laboratorio.
    2.2 Scrittura di articoli sotto forma di resoconti e di commenti.
    2.3 Utilizzo dei programmi di Windows.
    2.4. Implementazione del sito web con la pubblicazione di testi (resoconti e commenti), video e gallerie fotografiche.

I venticinque partecipanti sono stati divisi in cinque gruppi a ciascuno dei quali è stato affidato il compito di redigere il resoconto della presentazione di un progetto e relativa discussione. Tutti, individualmente, hanno scritto un commento di carattere personale, che è stato pubblicato sulle pagine dedicate ai singoli progetti. Alla discussione hanno partecipato anche gli operatori intervenuti nella presentazione dei propri progetti. Resoconti e commenti sono stati pubblicati ogni giorno.
Nella stesura di questi testi all’inizio si sono presentate difficoltà. Scrivere un resoconto richiede una certa capacità di scrittura e una certa familiarità con lo stile dei quotidiani. Inoltre non è stato semplice seguire e poi sintetizzare gli interventi (più di uno ogni giorno) e cercare di produrre una descrizione organica. La stesura dei resoconti può essere considerata una iniziale, ma reale, esperienza di giornalismo. Il contenuto dei resoconti è stato perciò discussi con la referente del laboratorio prima di essere scritto e nel complesso gli studenti hanno dimostrato che la scuola ha fornito loro le competenze necessarie.
Anche la richiesta di produrre commenti personali ha inizialmente provocato un certo disorientamento. E’ necessario possedere infatti una certa attitudine all’approfondimento, la capacità di ascoltarsi e di focalizzare domande, l’abitudine a confrontare informazioni e conoscenze pregresse con quanto si ascolta, in questo caso gli interventi degli operatori. La stesura di un commento richiede tempo e la volontà di produrre un testo con un senso. I risultati sono stati i più disparati e di diverso livello. Ma l’elemento comune a tutti i partecipanti è stata la novità della richiesta. L’insegnamento dovrebbe prevedere, almeno in alcuni casi, la produzione di testi metacognitivi (anche informali), importanti per evitare il rischio della acquisizione passiva dei contenuti e per imparare a pensare.

La lettura dei resoconti consente di avere il quadro generale delle situazioni esaminate e delle problematiche affrontate nelle cinque giornate del laboratorio. E’stata un’apertura a 360°sul mondo. Non solo perché sono state descritte situazioni di paesi lontani, molto difficilmente immaginabili e sono emersi problemi sconosciuti o conosciuti solo superficialmente, ma perché la descrizione dell’operato delle O.N.G.  sul territorio ha mostrato cosa concretamente significhi l’impatto con la realtà, le domande che suscita, i bisogni che emergono e il metodo con cui rispondere. La concretezza, il senso del reale sfugge, in misura minore o maggiore, ai nostri giovani. Varie le motivazioni (età, benessere, deresponsabilizzazione in ambito familiare) ma in questo la scuola ha la sua parte di responsabilità. L’insegnamento così astratto, perché solo teorico, che la scuola offre non fornisce agli studenti l’idea del percorso che è necessario attuare per arrivare ai risultati attesi.

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Il primo progetto esaminato è stato proposto dal CEFA Onlus Africa Milk Project. Il progetto, realizzato in collaborazione con la Granarolo, ha ottenuto il primo premio a Expo 2015 nella categoria Sviluppo sostenibile nelle piccole comunità rurali in aree marginali. E’ un progetto d’eccellenza, una best practices, un modello di intervento replicabile, non solo una iniziativa che ha avuto successo nel senso della sostenibilità e dell’impatto ambientale. In questo senso “Il concetto di learnig by doing, ossia imparare facendo, è risultato una carta vincente per lo sviluppo sostenibile.” (Selma Chhaiba).
Ragionando sul caso concreto, si è capito la differenza di questa modalità di intervento da quello delle multinazionali: “A differenza delle multinazionali, il CEFA non impone nulla alle popolazioni […] ma collabora con loro cercando di renderli il più possibile protagonisti. I frutti di questo modo di operare si raccolgono oggi, dove dal progetto iniziale si è sviluppata un’azienda che ogni mattina riceve 3200 litri di latte da circa 800 allevatori locali. […] Il progetto è riuscito ad entrare in profondità in una società e in una cultura così diversa […] cambiando addirittura in parte la mentalità della popolazione autoctona. Ad esempio anche il solo fatto di entrare a far parte di una cooperativa per loro rappresenta una innovazione dal punto di vista della mentalità” (Pietro Barbato).

Il secondo progetto  Il sostegno a distanza è stato presentato dalla Fondazione AVSI nella sua realtà globale. In questo modo è stato possibile cogliere la sua portata in relazione sia al singolo a cui si rivolge, sia come una modalità efficace di incentivare lo sviluppo, per la molteplicità degli interventi che comporta. “Io ero abituato a immaginare l’esperienza del SAD come un rapporto abbastanza distaccato tenuto vivo principalmente dalle donazioni in denaro, invece ho scoperto che dietro alle periodiche donazioni pecuniarie si nasconde un interessante lato umano. Ciò non significa che venga sviluppato solo un rapporto affettivo […], ma che si tiene in grande considerazione anche l’aspetto concreto del progetto […] addirittura [gli operatori]a si  occupano di coinvolgere la comunità intorno al soggetto beneficiario […] realizzando ad esempio corsi formativi per gli insegnanti di cui ha beneficiato tutta la scuola che frequenta oppure piccoli finanziamenti alla sua famiglia” [per aiutarla ad acquisire una autonomia economica]. In conclusione sono piacevolmente sorpreso dello sviluppo sinergico dell’aspetto più concreto e di quello più umano e del grande lavoro che c’è dietro la realizzazione di questo progetto”. (Luca Marinacci).
Il SAD è “un legame che si rivela utile e va a beneficio di entrambi [sostenuto e sostenitore], perché permette ai sostenitori di conoscere una realtà molto lontana dalla loro e di conoscerla di persona, senza la mediazione di televisione, giornali, social network […] oltre al fatto che ciò permette di aiutare persone che hanno molte capacità, ma che, per mancanza di risorse, non possono metterle in atto.” (Camilla Totti). Si può concordare con Elena Ricci che “il SAD  è un entry point nelle vite dei nostri amici lontani, ma anche nelle nostre vite, spalancando una visione più realistica del quotidiano”.

La terza giornata è stata dedicata alla visita al Museo del Mare di Genovasezione Memoria e Migrazioni, dedicata al viaggio degli emigranti italiani verso le Americhe e ai protagonisti del fenomeno dell’immigrazione oggi in Italia, sia per conoscere un aspetto della storia italiana poco noto, sia per vedere con occhi diversi le migrazioni che stanno avvenendo nel nostro paese ai giorni nostri. L’allestimento museale è caratterizzato da minuziose ricostruzioni di luoghi (di partenza e di arrivo) e degli ambienti del piroscafo utilizzati durante la traversata, arricchiti da effetti visivi e sonori.
“Mi ha reso possibile immedesimarmi in una qualunque persona che in cerca di un futuro migliore partiva, senza sapere cosa sarebbe potuto accadere, in compagnia di qualche straccio e cibaria in ricordo della propria terra d’origine. […] Questo per me è stato più interessante di una qualsiasi lezione scolastica o di una semplice lettura su un libro” (Emma Cattabriga).
Queste osservazioni riportano alla necessità di una didattica della storia che preveda percorsi articolati che consentano di attualizzare il passato, per poterlo meglio capire. “Dopo questa visita – scrive Giacomo Galavotti – abbiamo capito che è importante conoscere il nostro passato per poter parlare del presente ed essere in grado di commentare ciò che accade”.
Ancora: “La storia è sempre stata caratterizzata da immigrazioni per diversi motivi, ma oggi con buon senso possiamo riuscire a comprendere questa difficile e caotica situazione, poiché abbiamo gli strumenti per poter intervenire e sostenere persone disposte a migliorare la propria esistenza” (Sanda Gheorghiu)

Nella quarta giornata AVSI ha presentato il progetto No lost generation. E’ intervenuta Chafica Abdou Kahale libanese che ha descritto i progetti di Avsi in Libano, dove, dopo lo scoppio della guerra in Siria, sono giunti circa  due milioni di profughi siriani, iracheni e palestinesi. Poter ascoltare una testimone diretta è stata una grande opportunità: “sentire raccontare certe situazioni e certi fatti da una persona che li ha vissuti in prima persona è certamente più efficace e rende maggiormente la gravità della situazione del Libano” (Pietro Barbato). Una testimonianza che ha molto colpito, perché “si nota moltissimo la passione con cui si dedicano [gli esperti dello staff] all’aiuto verso ragazzi libanesi, siriani, iracheni” (Alberto Marinacci). Ed è anche stata colta la flessibilità presente nel superamento della distinzione tra progetti di sviluppo e progetti di emergenza. AVSI, infatti, è presente in Libano dal 1996 con progetti di sviluppo soprattutto in ambito educativo, ma dal 2012 ha iniziato a realizzare progetti di emergenza rivolti ai rifugiati, il cui scopo è l’integrazione di questi con la popolazione libanese, promuovendo attività formative per bambini e giovani e di incentivo al lavoro (cash for work) per gli adulti. Una attenzione particolare è rivolta alle donne. Si è parlato dei “matrimoni precoci” e di come cercare di contrastarli.  AVSI quindi “partendo dai giovani cerca di creare un nuovo inizio per il paese dopo i grandi problemi […] e intervenendo sulle donne che […] sono vittime di violenza da parte degli uomini. Credo infatti che soltanto partendo dalle piccole comunità e da gruppi di bambini, giovani e donne e dalla loro istruzione si possa ripartire e instaurare così nel paese un progetto di rinnovamento culturale, politico, etico ed economico per giungere alla pace interna del paese.” (Giacomo Galavotti)

L’ultimo giorno (Aiutarli a ritornare) con il Progetto Ermes 2 (rimpatrio assistito), presentato dal  CEFA e dalla Cooperativa sociale Open Group, e con l’accoglienza ai richiedenti asilo, attuata dalla  Cooperativa sociale Arca di Noè, ci spostiamo sul territorio italiano, per conoscere e poter incontrare la realtà delle migrazioni così come oggi si presenta anche nella nostra città.
L’incontro è stato definito “il migliore della settimana”, perché “da giornali, televisione, web ricaviamo nemmeno la metà delle informazioni, non vengono mai esposti i motivi di arrivo degli immigrati in Italia, cosa succede nel loro paese, cosa accade dopo l’arrivo dei barconi.” (Emma Cattabriga). Si sono potute conoscere “le strutture apposite, specializzate che si curano di accogliere i migranti e integrarli in piccole realtà cittadine e si occupano di trovare loro un lavoro, seppur modesto, e di insegnare loro la lingua italiana e di metterli a contatto con la cittadinanza per favore l’integrazione nella comunità”. (Luca Marinacci).
La descrizione dell’accompagnamento necessario a chi decide di rientrare ha consentito di avvicinarsi alla situazione di queste persone, complessa, di impossibile soluzione senza l’inserimento in un progetto specifico: “Quando sono nello stato di voler ritornare sono psicologicamente provati […] inoltre chi non ha più il permesso di soggiorno è come se non esistesse. Accettare di ritornare nel proprio paese è una scelta molto difficile, perché spesso la famiglia prende la questione come un fallimento”. Grazie al progetto Ermes, chi rientra lo fa con un progetto lavorativo specifico e con dei sussidi economici che rendono possibile la sua attuazione, in questo modo “tutte queste persone che sono rientrate rappresentano una risorsa per la loro comunità dal punto di vista tecnico e culturale” (Virginia Menetti).

Non poteva mancare l’apprezzamento per il lavoro svolto dagli operatori incontrati, perché “il loro ruolo, come ognuno dei ruoli che abbiamo conosciuto durante questa settimana, è veramente importante e garantisce un futuro a quelle persone che pensano di non averne uno […] ritengo che ogni associazione che abbiamo conosciuto durante questo percorso debba continuare a fare ciò che sta facendo”. (Leonardo Stagni)

Conclusione.
Il laboratorio, con gli incontri programmati e le diverse attività, ha rappresentato sicuramente per gli studenti che vi hanno partecipato un percorso guidato all’apprendimento di conoscenze importanti alla formazione di un senso di cittadinanza globale, a cui la scrittura di articoli e la realizzazione del blog sono stati funzionali. Questo risultato non poteva essere raggiunto senza il supporto offerto dagli operatori del terzo settore che sono intervenuti. Il confronto con la loro esperienza personale e professionale è stato determinante.
Antonia Grasselli

 

 

 

 

 

 

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